Diversamente intelligenti

Oggi volevo fare delle considerazioni tra intelligenza umana e tecnologia.

Ero a conoscenza di un fenomeno del secolo scorso denominato “effetto Flynn” ovvero una crescita costante del QI (Quoziente Intellettivo) medio mondiale di quasi 3 pt ogni decennio. Ciò probabilmente grazie ad un insieme di fattori: miglioramenti nell’alimentazione, nella salute, nell’ educazione , nell’igiene e altri, con un’impennata iniziale soprattutto nei primi 60 anni del 1900.

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Inoltre negli anni ’90 si è anche tracciata una mappatura di differenza tra i QI medi in base ai 3 tipi di caratteri somatici Mondiali

 

 

E nell’immagine qui sotto si evidenzia la distribuzione del QI medio a livello mondiale

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Dove si evince che i QI più alti si presentano nei paesi orientali (Cina) mentre quelli più bassi nelle zone Africane. (I colori vanno dal minimo in rosso al massimo in viola)

Ora sembra che la tendenza si sia invertita. Una ricerca condotta da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg del Centro Ragnar Frisch per la Ricerca Economica in Norvegia ha preso in esame i risultati dai test del QI di 730mila ragazzi norvegesi di 18-19 anni valutati per il servizio militare obbligatorio. Dal 1970 al 2009, sono state reclutate tre generazioni di uomini nati tra il 1962 e il 1991. Tra i nati dopo il 1975, si è registrato un calo di punteggi medi pari a 7 punti per ogni generazione.

Bratsberg e Rogeberg suggeriscono possibili spiegazioni per il fenomeno: oltre a fattori ambientali, potrebbero essere responsabili anche cambiamenti nello stile di vita e nei sistemi educativi, insieme alla tendenza dei bambini di oggi a preferire i videogiochi ai libri.

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Vediamo nel grafico un confronto tra i valori QI medi tra il 2006 e il 2012 e possiamo notare che sono pressochè tutti in calo tranne alcuni paesi nord europei e il Canada. L’Italia, nella fattispecie, è uno dei paesi che ha avuto il crollo maggiore perdendo 6 punti in 6 anni.

 

Tali cali si riscontano anche all’ interno delle stesse famiglie, tra fratelli maggiori e minori, portando a pensare che il motivo non sarebbe tanto di carattere demografico, come l’accumulo di determinati geni in fasce particolari della popolazione, quanto piuttosto sia da ricercare nei cambiamenti degli stili di vita e nelle abitudini dei ragazzi.

Oggi leggono di meno? Cosa leggono? Come trascorrono il tempo libero? Che tipo di istruzione ricevono? Come si rapportano con gli altri ? Come collaborano e lavorano in gruppo ?

Ebbene, se da un lato pare che l’intelligenza si sia involuta, dall’ altro c’è chi suppone che comunque non ci sia stato un adattamento del test del QI all’ intelligenza di oggi. Insomma, oggi chi definisce l’intelligenza moderna decisamente più “fluida”, cioè più connessa alla capacità di vedere nuove connessioni e trovare soluzioni originali e creative, probabilmente dovrà rivedere il rapporto con i rigidi risultati accademici.

diversamente intelligente

Sorge spontanea una domanda: “Stiamo diventando tutti Stupidi ?” oppure dobbiamo variare il modo di relazionarci all’ intelligenza ?

Forse è necessario valutare altri fattori per capire come possiamo rapportarci a questo mondo che sta avanzando con la tecnologia e passare ad essere “diversamente intelligenti”

Recentemente sono giunti alcuni dati confortanti per quanto concerne i comportamenti quotidiani e le attitudini. Anche qui ci vengono in aiuto altri soldati in leva negli anni 1980-1994 e  controllati a posteriori in Finlandia tra il 1990 e il 2016 e i cui risultati della ricerca sono stati resi disponibili pochi mesi fa:

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Come possiamo notare in totale contrapposizione al “calo intellettivo” si sono fortemente sviluppate altre doti personali: la fiducia in se stessi, la socievolezza, la capacità di leadership e le capacità di impegnarsi per raggiungere un obiettivo.  Tali doti permettono di acquisire maggiori competenze in campo lavorativo e soprattutto ricoprire incarichi di maggiore responsabilità con conseguenti stipendi di entità superiore.

Dal punto di vista delle aziende esse hanno a disposizione persone e tecnologia e stanno sempre più adottando (Europa secondo solo agli USA) e sviluppando le tecnologie cognitive.Ci sono buone ragioni peradottare e sviluppare queste tecnologie:

  • poter prendere migliori decisioni Birth of Artificial Intelligence - Binary Burstelaborando enormi quantitativi di dati, strutturati e non
  • aumentare le capacità personali dei dipendenti, grazie al risparmio di tempo e alla conoscenza aumentata
  • migliorare il servizio clienti, attraverso il machine learning e il riconoscimento vocale.

 

Si stima che entro la fine del 2020:

  • Il 75% dei lavoratori che utilizzano applicazioni aziendali avrà accesso  a personal assistant  artificiali che potenzieranno i loro skill e capacità cognitive
  • Il 30% delle aziende implementerà ruoli di chief robotics officer role e definirà funzioni dedicate alla robotica all’ interno delle organizzazioni.
  • La crescita della robotica accellererà la ricerca di talenti, con un gap del 35% di posizioni vacanti e un aumento medio dei relativi stipendi del 60%
  • Il 20% delle aziende dedicherà propri dipendenti alla supervisione e guida di reti neurali

Quindi funzionalità cognitive, IA e Machine Learning si svilupperanno velocemente. Le API saranno lo strumento primario per connettere dati distribuiti sulle catene dell’economia digitale, dei cloud e dei datacenter

Il 30% delle applicazioni commerciali di servizio avranno business model di “”Robot as a Service”, riducendo i costi dello sviluppo robotico.

Sembra che queste tecnologie abbiano sostituito alcune delle competenze che erano elaborate nei driver dei test sul QI, dobbiamo quindi misurarci su altri piani intellettivi e saperci differenziare. Non dobbiamo combattere contro la tecnologia ma farla nostra alleata. Essa puo’ renderci la vita più semplice e permetterci di avere più tempo da dedicare al nostro nuovo sviluppo cognitivo.

gallinaI giovani sono abituati ad un mondo connesso, veloce e sempre più digitale. Passano molte ore davanti ai piccoli schermi e poco tempo sui libri. Non vedono l’utilità del nozionismo scolastico e con molta probabilità hanno bisogno di incrementare una mentalità dinamica ed adattiva. Allo stesso tempo le generazioni che gestiscono ora le aziende hanno bisogno di cambiare atteggiamento ed evolvere verso nuove competenze digitali. Le due attitudini devono diventare sinergiche in totale collaborazione.

Occorre lavorare sulle soft skill ma affiancandole al mondo “digitale” e sociale: comunicazione, contenuti, progettazione, pianificazione, auto realizzazione, conoscenza delle reti, sostenibilità, lavoro agile, creatività, pensiero laterale sono solo alcune delle abilità richieste.

Come si diventerà vincenti, come persone e come aziende nei prossimi anni ?

Attivandosi in un mondo digitale con un occhio alla sostenibilità, favorire l’economia circolare, abbattere le intermediazioni, rivedere le strutture organizzative, sviluppare business con nuove metodologie, applicare il design thinking e se necessario avvalersi di appositi “coach” abilitanti in questo momento di transizione. Sono i passi necessari per ovviare al calo di QI in attesa che vengano rivisti i protocolli di valutazione e avviarsi verso una “diversificazione intellettiva”.

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DE – CIDERE

Qual è una delle cose più complesse da fare al giorno d’oggi sia dal punto di vista personale/professionale che aziendale?  DECIDERE

Prendere decisioni è qualcosa che chiunque sia nel possesso delle proprie facoltà mentali fa per tutta la vita, fin da quando, piccolissimo, conquista un primo, microscopico ambito di libertà (quale compagno di banco voglio a scuola? Chiedo a nonna la caramella o la Nutella?).

Secondo la psico-economista Sheena Iynegar, l’americano medio compie circa 70 scelte al giorno. Il medio amministratore delegato affronta 139 complessi compiti a scelta multipla ogni settimana. E in questi numeri saranno comprese anche le “non scelte” che sono pur sempre delle decisioni?

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Nell’etimologia della parola il vero significato sta in una scelta che “taglia via” le altre possibilità. Forse è proprio questo che psicologicamente alla base blocca le nostre scelte. La paura di perdere una strada invece di quella quella che poteva essere la possibilità corretta. Tutti noi vorremmo poter provare le due strade contemporaneamente e vedere quale sarebbe la migliore e ovviamente poi perseguire solo quest’ultima. Purtroppo molte volte ciò non è possibile e allora cominciano a nascere i disagi.

Prima di tutto occorre ragionare sul fatto che non esistono delle scelte in cui non è presente una percentuale di aforisma 73 indecisione speranza coraggio Simone Nardonerischio che le cose non vadano come ci si aspettava, oltre al fatto che non è la prima volta che ci si trova di fronte ad una scelta difficile e che le volte, in cui è capitato di aver fatto la scelta sbagliata, si è stati in grado di accettare l’errore, andando avanti.

 

 

Non dimentichiamo che scegliere implica sempre un’assunzione di responsabilità e la capacità di affrontare e gestire i cambiamenti che una decisione importante inevitabilmente comporta e che, inoltre, scegliere in assoluta autonomia permette di sperimentare, al di là delle conseguenze della scelta (positive o negative), una sensazione di libertà e di non provare nessun genere di rimpianto.

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Da molto tempo vengono suggeriti strumenti e metodi come aiuto alla decisione, tipo:

  • Gary Clain con la sua “proiezione nel futuro”, ovvero immaginare di vedere in una sfera di cristallo le conseguenze della propria decisione scoprendo che tutto è andato storto e chiedersi come mai. Questo sistema costituirebbe la maniera efficace di trovare i punti deboli.
  • La Harvard Business Review invece dice che il vero modo per “guarire la piaga nascosta dell’incoerente processo decisionale degli esseri umani” è affidarsi agli algoritmi.
  • stilare una lista dei vantaggi e degli svantaggi e optare per una scelta ragionata sulla base degli stessi o addirittura un’analisi SWOT
  • il sistema della gallina, utilizzato da alcune tribù africane che consiste nell’avvelenare una gallina e aspettare per vedere se vive o muore o il meno traumatico lancio della monetina
  • Analisi dati e situazioni, esperienza e intuizione

Io propendo inoltre, anche, per vedere le cose in forma positiva e da una prospettiva diversa: domandarsi “cosa mi trattiene?” “cosa mi attira?”

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In qualsiasi caso è necessario a questo punto chiedersi se si hanno tutte le informazioni a disposizione per effettuare la scelta ed eventualmente recuperare quelle che servono.

Ma nella nostra epoca, oltre alle informazioni la scelta “giusta” risulta difficile per molti fattori:

  • Il tempo del cambiamento e del mercato troppo veloci per lo spirito di adattamento delle persone e delle aziende
  • La mancanza di analisi su dati storici e di riferimento
  • Usare solo la ragione o solo le emozioni
  • L’incapacità di analisi sui rischi e benefici delle scelte con la conseguenza di esagerare le conseguenze o di protrarsi inutilmente nella ricerca della scelta perfetta
  • Le credenze e le abitudini
  • La vastità di informazione e la difficoltà di reperire quelle interessanti (avere troppe alternative)
  • La scarsa conoscenza di visione sul futuro sia dei mercati che dei comportamenti umani

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Se da un lato un percorso di coaching individuale di crescita personale è efficace sia per sapersi assumere le responsabilità della scelta che per la capacità di affrontare e gestire i cambiamenti con variazione di credenze ed abitudini, dal lato aziendale e business ci si puo’ appoggiare anche ad altri supporti:

  • Percorsi formativi per il riconoscimento, l’inquadramento e il corretto utilizzo delle informazioni reperite nel web
  • Strumenti per reperire dati di competitor e dei mercati, dati storici e di riferimento e metterli a confronto (Business Intelligence)
  • Strumenti per l’elaborazione di modelli di analisi rischi/benefici e per il Decision Making
  • Percorsi formativi sulla gestione dell’intelligenza emotiva, sulle tecniche di Problem Solving, sulla felicità e sulla resilienza
  • Incontri di aggiornamento sui principali trend di sviluppo socio-economico

Cambiare e trasformare digitalmente le nostre aziende passa inevitabilmente tramite un percorso decisionale, proprio a tal fine AWAN sta proponendo incontri, eventi e Workshop di “envisioning” su andamenti, trend di mercato, comportamenti e nuove organizzazioni.

comportamenti

Paola Pezzuto

 

Donne nell’era digitale

Il giorno 16 maggio mi recai presso l’Agenzia delle Entrate per registrare come Presidente la nuova Associazione di Promozione Sociale Senzabollette (www.senzabollette.org)  che ha lo scopo di divulgare portando a conoscenza di tutti le possibilità di vivere in modo più sano dal punto di vista psico-fisico in case ad alta efficienza energetica nel pieno concetto delle energie rinnovabili per una corretta tutela ambientale e sostenibilità economica.

Quando l’impiegato dello sportello ha letto lo scopo dell’Associazione ed ha recepito chi ero  esordì con un:  “sarebbe lei il Presidente di queste cose ?”

Nel mese di Giugno, invece, visitando la Grande Fiera di Cuneo mi sono imbattuta in uno stand che presentava un prodotto innovativo interessante ai fini della nostra Associazione. Ho stretto relazione con l’espositore per illustrargli i nostri scopi e trovare un accordo ai fini di proporre un evento divulgativo per gli associati proprio su questi prodotti. Dopo aver ascoltato mi risponde: “ma adesso anche le donne si occupano di impianti ed energie rinnovabili?”; sono sicura che lo ha detto come battuta ma, come diceva mio padre, dietro a ogni battuta c’è sempre un fondo di verità. In ogni caso una ventina di stand più avanti un operatore con meno, chiamamole, “credenze” ha accettato la proposta e così potrà relazionarsi con un pubblico attento all’ambiente e al portafoglio.

Battuta per battuta 🙂  : leadership-femminile-lavoro

Perché ho raccontato questi due aneddoti? Giusto per introdurre qualche osservazione che vorrei fare come imprenditrice sul ruolo delle DONNE in questo periodo molto particolare non tanto di trasformazione digitale quanto di evoluzione economica, politica, organizzativa ma soprattutto culturale.

Sin dai tempi antichi, a parte alcune culture completamente matriarcali come le civiltà precolombiane estinte da tempo, il ruolo della donna è sempre stato di secondo piano. Anche la cultura greca, pur raccontandoci di tante Dee o di figure femminili nelle tragedie e nelle commedie, è sempre pervasa da un costante maschilismo dove la donna è consideratamedusa puramente una madre di famiglia oppure un oggetto sessuale. Anche la lingua italiana predilige il sesso maschile: si pensi a quando ci si rivolge ad una platea eterogenea e nei plurali viene sempre utilizzato il sostantivo maschile. Inoltre, culturalmente, a parte alcune rare eccezioni non è da dimenticare che quando una donna si sposa assume il cognome del marito, quasi ne fosse una proprietà.

E’ sempre stato scomodo dare voce al cosiddetto “sesso debole”, forse perché si ha paura di perdere in potere o in prestigio?

Dal punto di vista biologico una donna è normalmente meno competitiva, più collaborativa ed attenta ai dettagli e alle sfumature e capace di passare velocemente durante il lavoro da una situazione all’altra. Per il fatto di essere deputata alla generazione della prole, soprattutto diventando madre, non sente la necessità di ricercare un’approvazione o un prestigio da parte degli altri. Ha già raggiunto il massimo potere che si possa ottenere e lo manterrà per tutta la vita.  Se vuole mettersi in gioco come imprenditrice, politica, magistrato o altre posizioni di potere non è sicuramente per affermare la propria supremazia ma solo per essere veramente d’aiuto ed efficaci in qualsiasi situazione.

Nel 2017 ci sono sicuramente già molte più donne in posizioni di potere rispetto a dieci anni fa ma sono sempre in minoranza e comunque obbligate a confrontarsi quotidianamente con un modello mentale e culturale decisamente maschile.

Facendo un’analisi del personale docente in alcune Università italiane, la percentuale di docenti femminile è molto al di sotto del 30% e nelle Università più importanti non si vedono rettori donne.  Questo, in un periodo di profonda trasformazione come stiamo attraversando, potrebbe sfavorire un’apertura mentale dei nostri futuri laureati verso nuove visioni e nuovi modelli culturali e di business.

classifica donne in politica

Ci sono molte classifiche sulla presenza femminile nei parlamenti dei vari stati. Al primo posto c’è il Rwanda con il 60% di donne,  l’Italia è 32° , la Francia 44°. Vista la classifica e i paesi nelle prime posizioni verrebbe da pensare che dove ci sono percentuali alte di donne la situazione del paese non è “felice” (a  parte i paesi nord-europei) ma se analizziamo a fondo i modelli di questi Stati ci rendiamo conto che proprio dove c’è una forte presenza femminile non è lì che viene esercitato il potere.

managerincongedoI paesi del Nord Europa si distinguono per le loro organizzazioni ed economie. Fu interessante l’articolo apparso sui quotidiani un paio d’anni fa riguardante un manager d’azienda in piena carriera che aveva deciso di usufruire del congedo parentale per la nascita del figlio (anche in Italia l’uomo potrebbe usufruire dello stesso fino ad un anno di età del bambino). Non solo non ha subito conseguenze negative nel gesto, anzi ha ricevuto più velocemente la promozione per cui lavorava. A detta dei suoi responsabili “se è in grado di prendersi cura di un figlio SICURAMENTE sarà capace di prendersi cura della nostra azienda”.

Questo fatto apre le porte ad un cambiamento nei modelli. Fino ad oggi le donne si sono dovute far strada a suon di gomitate e sono praticamente escluse dalle “sfere di cristallo” che decidono per il bene o il male nelle varie situazioni. E’ importante che le percentuali di “quote rosa” siano in aumento ma le stesse dovrebbero poter agire secondo indole e inclinazioni a loro tipiche.

Pensiamo  in ottica di Smart Manager: quanto puo’ essere

Mother and daughter (4-5) in home office

smart una donna moglie e mamma 😊 : è un manager a tempo pieno, capace di gestire il bilancio familiare, attenta agli sprechi, in grado di gestire le attività proprie e del team (i figli , i mariti , gli animali domestici e molte volte anche i nonni), è insegnante, psicologa, sensibile e capace di soluzioni alternative.

In un periodo di profonda trasformazione come quella che stiamo vivendo è il momento di “dare voce” all’universo femminile. Occorre farlo con occhi nuovi e nuovi modelli organizzativi e iter procedurali. E’ inutile far ricoprire ruoli pensati prettamente per un’audience maschile: la donna è profondamente diversa e i benefici della sua mentalità si riscontrano maggiormente in organizzazioni più inclini alla sua personalità.

L’intelligenza emotiva non è solo un vantaggio nella vita, ma un vero e proprio valore competitivo e lavorativo, capace di influire in modo determinante sull’andamento del business.

Una ricerca risalente al 2016 utilizzando lo strumento Esci (Emotiional and Social Competency Inventory) ha preso in considerazione 12 parametri: orientamento al risultato; capacità di adattamento; abilità in formazione e tutoraggio di nuove risorse; gestione dei conflitti; empatia; autoconsapevolezza emotiva; propensione alla leadership; ruolo di influencer; consapevolezza organizzativa; visione positiva; lavoro di squadra; autocontrollo.

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Risultato? Le donne hanno un punteggio più alto in tutti gli aspetti dell’intelligenza emotiva, fatta eccezione per l’autocontrollo, dove non si osservano differenze di genere. Nello specifico la ricerca rivela che:

  • Le donne hanno l’86% di probabilità in più degli uomini di essere considerate come esempio di autoconsapevolezza emotiva
  • Le donne hanno il 45% in più di probabilità di mostrare empatia.
  • Il margine minore di differenza riscontrato tra i due generi è nell’avere un’ottica positiva. Le donne hanno infatti probabilità di dimostrarla solo il 9% in più rispetto agli uomini.
  • I manager percepiti come carenti di intelligenza emotiva hanno il doppio dei dipendenti che programmano di lasciare entro 12 mesi l’organizzazione

Si tratta di dati che “suggeriscono la necessità di avere più donne che assumano ruoli di leadership nelle organizzazioni”, sottolinea Daniel Goleman : “Storicamente nei luoghi di lavoro, è stata registrata la tendenza per le donne di considerarsi come meno competenti, mentre gli uomini tendono a sopravvalutarsi. La ricerca dimostra, tuttavia, che la realtà è spesso il contrario. Se fossero di più gli uomini ad adottare le competenze emotive e sociali come le impiegano le donne, sarebbero più efficienti nel loro lavoro”.

Molto della storia passata è stato frutto di grandi uomini che avevano sempre grandi donne alle spalle che li aiutavano e sostenevano nell’ombra e in silenzio… In un momento storico dove tutto si spinge sulla collaborazione, la condivisione, la capacità progettuale e di ricerca di soluzioni differenti, l’attenzione ai dettagli, il “sentiment”, l’analisi, il pensiero laterale e le nuove idee occorre dare un volto a queste “ombre” e lasciarle libere di esprimersi. Le nuove tecnologie digitali sono sicuramente le uniche abilitanti in un’ottica di perfetto equilibrio : lavoro-affetti-hobby.

IL FUTURO NON E’ PER TUTTI

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Oggi le aziende:

  • hanno a disposizione tantissimi dati provenienti sia dall’interno che dall’esterno,
  • tutte le tecnologie sono disponibili sui mercati
  • possono osservare come i comportamenti dei consumatori neo-sobri stanno velocemente trasformandosi,
  • non hanno mai avuto un panorama macro-economico così favorevole per lo sviluppo.

Ma come mai sono poche quelle che saputo trarre benefici da una situazione così rivoluzionaria?

Forse perché non sanno come utilizzare e monetizzare i dati disponibili, quali strategie utilizzare per costruire una nuova intelligenza digitale, quali sono gli acceleratori odierni per l’innovazione oppure, ultimo e non meno importante conoscere come far si che le competenze tradizionali riescano a digitalizzarsi ed essere integrate.

Alcuni studi hanno evidenziato una fatica generale nell’indirizzamento degli investimenti per la crescita. Un nodo cruciale sta nella ricerca delle aree di business sulle quali investire, nella mancanza di talenti adeguati per affrontare il cambiamento che oggi è più culturale che di business vero e proprio e soprattutto nello scarso utilizzo dei tool di analytics a tutti i livelli aziendali. cambiamentoculturale

Ormai la tecnologia ci mette a disposizione tutti gli strumenti di cui abbiamo bisogno: non bisogna più adeguare la propria operatività e le proprie organizzazioni in base ai software/hardware che si trovano sul mercato ma è sufficiente pensare a cosa si vuole fare e quali risultati si vogliono ottenere e poi la tecnologia più adeguata per perseguire i propri scopi si trova sicuramente.

Sempre maggiore attenzione dovrebbe essere posta dalle aziende non tanto nel guardare i propri fatturati in rapporto agli anni precedenti o in rapporto a perimetrkpi-298x300i interni di analisi, ma questi dati dovrebbero essere confrontati con dati di mercato disponibili a quasi tutti i livelli, essere confrontati in base all’effort richiesto per particolari business e alle risorse disponibili. Le aziende, soprattutto le PMI dovrebbero utilizzare criteri di redditività anziché criteri di fatturazione nella valutazione delle proprie performance, utilizzare i dati che il web ci regala ogni giorno ed imparare ad analizzare il business non solo secondo i modelli tradizionali ma confrontarli con quelli nuovi ed emergenti.

La digitalizzazione  è un ottimo alleato per ottimizzare i modelli operativi, dimezzare i costi e costruire organizzazioni a “network” anziché a “silos”.   Occorre però cambiare la propria “forma mentis” rendendola dinamica e portare le aziende ad essere adattive nelle proprie tre “P”: Persone, Processi e Prodotti.  Nell’ambito dei processi bisogna relegare le verticalizzazioni a favore dei processi circolari e trasversali mentre , in merito ai prodotti occorre ridisegnare la customer journey e arricchire il proprio prodotto o servizio con informazioni, contenuti social o interattivi, connettività (Intelligence of products), mentre per quanto riguarda le persone bisogna implementare piattaforme di collaborazione e scambio dati che siano naturalmente adattive e quindi in molti casi ridisegnare/reimmaginare il modo di lavorare della propria workforce.

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Un’attività imprenditoriale di successo al giorno d’oggi si basa su questi tre principi fondamentali:

  • Mantenere il sistema in movimento
  • Sfruttare l’intelligenza evolutiva della rete
  • Pensare in grande ma agire da start up

La radicalizzazione nell’operatività del passato e soprattutto nelle organizzazioni di tipo gerarchico/funzionale non permettono la nascita veloce di nuovi business; la scarsa conoscenza degli strumenti digitali a supporto dell’analisi dei dati non permette di essere rapidi nell’affinamento dei nuovi processi e molte volte comporta ingenti spese per attività consulenziali di tipo tradizionale lente e spesso inefficaci.

Inoltre c’è una radicale ritrosia all’utilizzo di tutti gli strumenti “social” o comunque aperti al mondo internet all’interno delle PMI. Si tende ancora e troppo ad inibire l’utilizzo delle varie app con la paura di essere “imbrogliati” dai propri dipendenti, ovvero che questi preferiscano passare il loro tempo sul web anziché lavorare. Una possibile alternativa a questa paura potrebbe essere quella di responsabilizzare le persone nel loro lavoro variando l’organizzazione e i modelli remunerativi, impostando i workflow operativi con nuovi modelli più produttivi, favorire lo smart working … in poche parole favorire il lavoro “agile” di quello che è l’investimento più grande ed importante delle aziende.

2-brand-ambassadorFacciamo un esempio: un’azienda di moda ha a disposizione circa 10.000 dipendenti, ognuno dei quali come minimo ha almeno un centinaio di contatti sui social network e quindi almeno 1.000.000 di persone raggiungibili via web per un’attività di marketing praticamente gratuita. Questa azienda invece applica policy interne durante l’orario di lavoro di assoluta inibizione verso tutto quello che è il mondo dei social (facebook , linkedin, twitter, blog, ecc…) o altri siti internet che potrebbero essere direttamente collegati all’attività.  Tra i lavoratori inibiti non solo non si troveranno dei  “brand ambassador”  ma addirittura si raggiunge l’effetto opposto, ovvero critiche e commenti in molti casi lesivi all’immagine dell’azienda stessa.

Un altro esempio: un’azienda medio grande italiana ha una struttura organizzativa interna basata su almeno 5 livelli gerarchici in modalità top-down e una pressochè inesistente piattaforma collaborativa interna… quanto puo’ essere veloce e competitiva sul mercato? In quanto tempo puo’ sviluppare nuove idee di business? ognuno di questi livelli quanto pesa sulla redditività (aumento del costo del prodotto)?

Molti parlano di crisi, ma siamo nel pieno progresso di una rivoluzione. Le crisi si affrontano con soluzioni di fortuna, le rivoluzioni si affrontano cambiando il proprio modo di pensare e di agire. Poche PMI purtroppo hanno sviluppato le risorse e le competenze disponibili per il processo di trasformazione digitale in atto, tuttavia sono nate società giovani e dinamiche che offrono nuovi servizi differenti dalla tradizionale consulenza organizzativa o web, che possono aiutare nel processo di evoluzione. Ingaggiare queste nuove competenze a proprio vantaggio è comunque una sfida che mette in discussione le proprie credenze, in ambito business, perché sono cambiate le regole del mercato, al contrario però non resta che rassegnarsi alla crisi. Il futuro non è per tutti.

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Per una volta “forse” siamo tra i primi nell’uso di servizi innovativi!!

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Il forse è d’obbligo solo perché probabilmente dentro ai numeri di EUROSTAT ci sono anche servizi gratuiti e consumer impropriamente utilizzati da aziende, come Skype, Youtube etc… però il significato è comunque importante.

Le aziende con più di 10 addetti usano per il 46% dei servizi Cloud anche se per lo storage siamo sotto la media con 32% contro il 53% dell’Europa. Brillano i paesi nordeuropei e la Germania è dopo di noiSorriso Bel risultato comunque. Siamo i primi tra i paesi del sud Europa, mentre gli ultimi sono i paesi dell’Est Europa.

Significa che finalmente siamo all’avanguardia? Non proprio, perché le paure sono tante e anche le aziende che usano il Cloud non lasciano uscire i dati “sensibili” dai server aziendali. Sono ancora troppe le aziende che pensano di avere una infrastruttura ICT più sicura degli operatori professionali. Poche infatti conoscono le certificazioni che  deve ottenere un Provider Cloud (esempio Microsoft per Office 365) perché se sapessero quanti investimenti ci vogliono per creare un data center veramente SICURO, piangerebbero guardando la voce a bilancio di quanto spendono loro!.

Eppure a molti anni di distanza dai primi servizi Cloud si incontrano ancora gli scettici, coloro che non porterebbero neanche il diamante nelle cassetta di sicurezza della banca ma lo tengono in casa pensando che sia più al sicuro. Per questo motivo (37%) o semplicemente per mancata informazione (42%) sono ancora tante le aziende che non approfittano di questa nuova frontiera dell’informatica per risparmiare e liberarsi dalla schiavitù dei tecnici sotto-casa.

Il Cloud è principalmente libertà, tempo dedicato al business e mobilità, cioè possibilità di avere ovunque il proprio ufficio con tutti le informazioni che servono per lavorare in modo produttivo. Noi di Cloudea che siamo nati senza infrastruttura server abbiamo sempre avuto più servizi utili dal Cloud di tante grandi aziende, con caselle mail di Exchange da 50 Gb e 1 Tb di spazio documentale ovunque su goni dispositivo. Ora che anche Microsoft ha annunciato spazio illimitato, il nostro Cloud vola con Office 365, e siamo lieti di condividere la nostra esperienza con tutte le aziende gratuitamente in seminari formativi gratuiti sia online che sul posto a richiesta. Contattateci!

SI FA PRESTO A DIRE SITO WEB

image DAll’osservatorio Digitale sulle PMI emerge quanto segue:

  • Sebbene oltre il 90% possieda un sito web, solo il 38% lo ha ottimizzato per poter esser visualizzato da mobile devices, e solo una minoranza lo promuove tramite attività SEO (Search Engine Optimisation), il 25%, o SEM (Search Engine Marketing), il 14%;
  • Oltre il 45% utilizza strumenti di e-mail marketing per inviare newsletter e/o offerte commerciali, ma solo il 20% vende online (e-commerce);
  • Le aziende che hanno creato applicazioni innovative (APP) per i dispositivi mobile sono meno del 28%.

Tra le attività svolte da Cloudea ci sono quelle di consulenza e formazione in ambito di Marketing strategico. Proprio in queste occasioni abbiamo riscontrato come lo scarso utilizzo dei nuovi strumenti digitali provenga da una debole conoscenza dei modi di utilizzo degli stessi all’interno delle PMI.

Normalmente buona parte delle aziende pensano che creare un sito web sia sufficiente ad essere presenti sul web. Questo non è vero: occorre anche tutta una infrastruttura social a corredo del sito : blog, fotografie, condivisione documenti, Facebook, linkedin, twitter ecc….

Il sito Web e tutti i social collegati sono come la vetrina fisica di un negozio: vanno variati periodicamente, devono sempre essere aggiornati sui prezzi, sulle promozioni e sulle ultime novità e soprattutto devono rispondere alle esigenze della clientela. Alle spalle della propria presenza sul web è come se ci fosse un commesso pronto a rispondere ad ogni richiesta del cliente, esattamente come succede in un negozio fisico.

Un aspetto da non dimenticare è il confronto con gli altri competitor che sul Web è decisamente più veloce e più semplice rispetto ad un negozio fisico: sul web le distanze non esistono… ogni negozio è come se avesse il suo diretto concorrente nella stessa strada e nella porta accanto. Per avere un’idea di quello che accade è un po’ come essere sul Ponte Vecchio a Firenze dove ci sono tutti i negozi di orafi e gioiellieri uno accanto all’altro: “cosa possiamo proporre di distintivo che risponda a desideri o necessità al cliente potenziale da noi individuato per fare in modo che entri nel nostro negozio? “

Quali strumenti utilizzano i navigatori del web per ricercare le informazioni ?

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In Italia ci sono più di 35 milioni di utenti su internet di cui almeno l’80% sono navigano anche i social network e li utilizzano quotidianamente anche più volte al giorno.

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Inoltre sempre più gente naviga ormai principalmente da tablet/smartphone quindi è importantissimo che il sito Web e le attività siano mobile-oriented: sito responsive, mobile-friendly, app mobile.

Per affrontare il mondo digitale bisogna pensare con la mente del visitatore, ovvero bisogna chiedersi “se io dovessi cercare la mia azienda e i miei prodotti, quale ricerca farei su google? “.

Facciamo qualche esempio:

· Perché si cerca uno psicologo ? non perché si conosce la propria malattia ma normalmente perché si ha un problema e non si sa come affrontarlo, è quindi pensabile che il visitatore ricerchi su internet informazioni sui propri sintomi e problemi.

· Perché e come si cerca un’azienda di serramenti ? perché si ha bisogno di serramenti basso-emissivi, perché si vuole usufruire di una detrazione del 55%, perché si cerca un’offerta sul mercato di riferimento, perché si cerca un certo marchio o un certo brand e quindi si vuole trovare il rivenditore migliore in zona….

· Perché e come si cerca un computer ? ho bisogno di un portatile, di un tablet e voglio trovarlo con certe caratteristiche al prezzo migliore offerto dal mercato. Con molta probabilità se sono in questo caso utilizzerò i portali come “trovaprezzi” o altro che già fanno una scrematura dei prezzi e che mi danno dei feedback da parte di altri utenti.

Il normale visitatore, non potendo direttamente e di persona interagire con il “negozio virtuale” cerca informazioni e conferme sulla reputazione dell’azienda direttamente sul web. Analizza i commenti, i feedback e confronta con altri competitor in tempo reale. Con molta probabilità il normale visitatore non si sofferma molto sulle pagine del sito Web mentre passa molto più tempo a verificare commenti ed analizzare proposte alternative. Per questo nei primi 15 secondi di visualizzazione deve essere ben chiaro al visitatore cosa viene offerto, cosa c’è di distintivo e soprattutto creare il feeling giusto per instaurare un rapporto di fiducia che permetta di continuare la navigazione.

A questo punto, riprendendo i dati dell’Osservatorio si evince che gli strumenti digitali devono entrare a pieno titolo nei piani marketing delle PMI , non sono un accessorio ma un importante mezzo di vendita non solo dei prodotti ma anche e soprattutto della propria reputazione. Non si dovrebbe più parlare di SEO e SEM ma necessariamente di Content Search sulle quali occorre effettuare investimenti corretti. Le piattaforme di e-commerce di mercato offrono strumenti potenti per aprire il proprio negozio virtuale da associare alla vetrina che è il sito Web ma è necessario ricordare che il negozio non si “autogestisce” in modo automatico ma ha bisogno di manutenzione e di essere aggiornato quotidianamente come un negozio effettivo: sconti, promozioni, variazioni di listini e tariffe ecc…

Come consulenti e formatori in ambito marketing ci rendiamo conto che l’alfabetizzazione digitale nasce non tanto dalla conoscenza degli strumenti web che si hanno a disposizione quanto da “come utilizzarli al meglio”, come correlarli ai propri discorsi di redditività , come saper gestire e valutare il lavoro effettuato dai fornitori di servizi web e soprattutto dalla formazione e cultura alla redazione di un piano marketing che li includa e consideri come mezzi importanti per lo sviluppo dell’Impresa.

–> ECCO COSA FACCIAMO <–

Paola.

cloudea e le energie rinnovabili

Da qualche tempo si parla di convergenza tra il mondo dell’informatica ed il mondo dell’energia, infatti già un anno fa scrissi questo Blog sulla TRI (Terza Rivoluzione Industriale). Ora è operativo il piano per cui Cloudea  entra anche nel mondo dell’energia rinnovabile attraverso il network NWGitalia.it.

Colgo l’occasione di questo recente articolo per  condividere  la nostra visione relativamente ai cambiamenti in corso nel mondo dell’energia.

Tutta la nostra attività dovrà essere sostenibile dal punto di vista ambientale sia come società si come persone nella propria vita privata. A tutti i nostri interlocutori di business e clienti chiederemo ed offriremo la possibilità di rendere sostenibili le loro attività con l’utilizzo sotto tutti gli aspetti dei processi energia rinnovabile.

imageChe impatto ha questo in pratica:

  1. L’unica energia rinnovabile è quella elettrica, ed il gas non lo è assolutamente, quindi attraverso l’energia elettrica si eseguono tutti  i processi di lavoro e di vita
  2. L’energia elettrica autoprodotta deve essere rinnovabile quindi va prodotta con pannelli solari, geotermico, biomassa, idroelettrica etc…
  3. L’energia elettrica acquistata deve essere prodotta al 100% da fonti rinnovabili. La quota di energia rinnovabile è indicata in bolletta. Attualmente l’unica offerta sul mercato che soddisfa questa caratteristica è quella di NWGENERGIA e si chiama Luce Amica.
  4. Le comunicazioni, riunioni con collaboratori sono svolte riducendo al minimo i viaggi attraverso l’uso di Lync Online per le videoriunioni e ove non possibile con mezzi che consumano energia non rinnovabile, ci stiamo dotando di biciclette elettriche, scooter elettrici e auto elettriche per gli spostamenti.
  5. La parte rimanente di emissioni è compensata dai certificati verdi che abbiamo acquistato da NWGforplanet: Io compenso.

Tutte le aziende ed i privati cittadini responsabili dovrebbero trasformare la propria attività energivora attraverso l’utilizzo di fonti rinnovabili e noi forniamo consulenza su come fare questo cambiamento, con la nostra nuova offerta in partnership con NWG.