Olivetti: Il valore del lavoro, l’idea di comunità

Quest’anno sono stata invitata a partecipare nella giuria tecnica del Premio Olivetti – AIF Awards 5° edizione in qualità di Socio AIF, Business Coach della scuola di Marina Osnaghi di Milano e Advisor Starboost.

E’ stata un’esperienza molto interessante ed un’occasione di apprendimento nell’ambito di un evento dedicato all’Alta Formazione.

Adriano Olivetti, in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo, credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Meritocrazia, aspetti retributivi, benefit aziendali e rispetto per l’ambiente circostante erano motori all’interno dell’organizzazione.

Durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.

L’azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l’imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità.

Si sta parlando del primo dopoguerra. Queste idee dove sono finite da allora fino ai giorni nostri? Fagocitate da una classe imprenditoriale avida di profitto e maniaca del controllo che non lascia nulla allo sviluppo delle persone e che preferisce comprarne il “tempo” anziché valorizzarne la “testa”.

Oggi, quando tutti parlano di “Trasformazione Digitale” e “Intelligenza Artificiale” stiamo assistendo ad una rinascita del potenziale umano in tutte le sue forme e, nelle piccole aziende, ad una migrazione da “modello dinastico” a “modello manageriale”.

Al concorso siamo stati invitati ad esprimerci proprio su 5 aree: Innovazione, Cambiamento, Trasferibilità, Utilità Sociale ed Efficacia

Nelle varie giornate in cui ho partecipato sono stati presentati più di 35 case history suddivise tra “Ricerca & Innovazione” , “Competitività e Mercato” e “Sanità, Benessere Personale & Organizzativo “.

Si è passati da innovazioni progettuali e metodologiche a cambiamenti organizzativi e scalabilità dei percorsi formativi anche in altre aree per concludere, nell’ultima giornata di concorso, con progetti dal taglio decisamente più sociale e di pubblica utilità.

Il livello è sempre stato altissimo in tutte le sessioni sia dal punto di vista dei progetti presentati che dall’attenzione dei giurati. E’ sicuramente emersa da tutti la necessità di operare sul fattore umano all’interno delle aziende, delle associazioni, della PA e delle scuole per migliorare le competenze trasversali e migliorare il giusto equilibrio tra lavoro-tempo creativo e relazioni.

In alcuni progetti sono stati elaborati elementi di importanza sociale per aumentare il benessere non solo all’interno dell’azienda ma anche nella comunità circostante.

In un’epoca dove la robotica, l’informatica, l’internet-connessione, la velocità, i dati, sicuramente si è evinta un’evoluzione dei paradigmi legati all’essere umano e quanto sia importante cambiare il mind-set per poter governare i nuovi strumenti digitali.

Mi ha particolarmente toccato la tematica delle life Skills riconosciute dall’OMS. Skills che ci appartengono e che la formazione dovrebbe aiutarci a nutrire fin dall’infanzia.

Esse possono essere raggruppate in tre aree

  • EMOTIVE- consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress

  • RELAZIONALI – empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci
  • COGNITIVE – risolvere i problemi, prendere decisioni,pensiero critico, pensiero creativo

Tali Skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti ed i valori in reali capacità, cioè sapere cosa fare e come farlo.

Le Life Skills, così come noi le intendiamo, possono essere insegnate ai giovani come abilità che si acquisiscono attraverso l’apprendimento e l’allenamento e non di meno possono essere introdotte in azienda, come si è visto durante il concorso, con metodologie innovative ed efficaci.

Le Life Skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti ed i valori in reali capacità, cioè sapere cosa fare e come farlo.

Acquisire e applicare in modo efficace le Life Skills può influenzare il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi e agli altri ed il modo in cui noi siamo percepiti dagli altri.

Se inserite accuratamente e professionalmente in ambito aziendale portano ad una maggiore consapevolezza delle capacità e potenzialità proprie e del gruppo di lavoro rendendo accessibili nuove frontiere per il proprio business e per il benessere aziendale e personale


Pensando alle mie life skills le parole SENTIERO – CONSAPEVOLEZZA – ALLEANZA mi portano ad una riflessione:

“Immagino il sentiero come il percorso da intraprendere per arrivare da “A” a “B”. Più allargo gli orizzonti di “A” e “B”, quanto più chiaro è il punto di arrivo “B” esplorando bene e guardandolo da diversi punti di vista tanto più breve sarà la distanza che mi separa per il raggiungimento del mio obiettivo. A questo punto devo acquisire la consapevolezza di avere le risorse per affrontare il viaggio che per essere di successo deve avvalersi di diverse collaborazioni/alleanze. Non bisogna aver paura di sbagliare ma bisogna essere capaci di apprendere dagli errori, occorre saper lavorare in team, saper leggere tra le righe dei milioni di dati che ci accompagnano ormai ogni giorno e ultimo ma non meno importante dotarsi degli strumenti digitali e non che ci facilitano nel percorso: formazione, coaching, competenze trasversali, collaborazione, condivisione, strumenti informatici e digitali professionali, metodologie innovative e digitalizzazione.”

Dal comunicato stampa relativo alla manifestazione:

“Il Premio AIF “Adriano Olivetti” ha la finalità di diffondere le buone pratiche riguardanti percorsi innovativi di apprendimento e valorizzazione delle persone e di sviluppo delle organizzazioni di riferimento.

A tal fine intende identificare e segnalare professionisti, enti di formazione, aziende, pubbliche amministrazioni, gruppi e persone che abbiano ideato e realizzato progetti formativi e di valorizzazione del capitale umano e che si sono contraddistinti per i risultati di apprendimento ed evolutivi ottenuti a livello individuale, di team e organizzativi.”

Gli investimenti di Cloudea sono rivolti all’essere sempre formati sull’eccellenza e competenti sugli strumenti e le metodologie attive nel nuovo mondo digitale.

In futuro vogliamo sfidarci nell’accompagnare un numero ancora maggiore di PMI nella r-evoluzione grazie al nostro apporto in termini di consulenza, formazione, coaching e Metodologia AWAN.

Far arrivare alcune di loro al Premio Olivetti è stimolante soprattutto per evidenziare che evolvere è possibile se si crede nelle persone e nel loro potenziale.


Diversamente intelligenti

Oggi volevo fare delle considerazioni tra intelligenza umana e tecnologia.

Ero a conoscenza di un fenomeno del secolo scorso denominato “effetto Flynn” ovvero una crescita costante del QI (Quoziente Intellettivo) medio mondiale di quasi 3 pt ogni decennio. Ciò probabilmente grazie ad un insieme di fattori: miglioramenti nell’alimentazione, nella salute, nell’ educazione , nell’igiene e altri, con un’impennata iniziale soprattutto nei primi 60 anni del 1900.

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Inoltre negli anni ’90 si è anche tracciata una mappatura di differenza tra i QI medi in base ai 3 tipi di caratteri somatici Mondiali

 

 

E nell’immagine qui sotto si evidenzia la distribuzione del QI medio a livello mondiale

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Dove si evince che i QI più alti si presentano nei paesi orientali (Cina) mentre quelli più bassi nelle zone Africane. (I colori vanno dal minimo in rosso al massimo in viola)

Ora sembra che la tendenza si sia invertita. Una ricerca condotta da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg del Centro Ragnar Frisch per la Ricerca Economica in Norvegia ha preso in esame i risultati dai test del QI di 730mila ragazzi norvegesi di 18-19 anni valutati per il servizio militare obbligatorio. Dal 1970 al 2009, sono state reclutate tre generazioni di uomini nati tra il 1962 e il 1991. Tra i nati dopo il 1975, si è registrato un calo di punteggi medi pari a 7 punti per ogni generazione.

Bratsberg e Rogeberg suggeriscono possibili spiegazioni per il fenomeno: oltre a fattori ambientali, potrebbero essere responsabili anche cambiamenti nello stile di vita e nei sistemi educativi, insieme alla tendenza dei bambini di oggi a preferire i videogiochi ai libri.

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Vediamo nel grafico un confronto tra i valori QI medi tra il 2006 e il 2012 e possiamo notare che sono pressochè tutti in calo tranne alcuni paesi nord europei e il Canada. L’Italia, nella fattispecie, è uno dei paesi che ha avuto il crollo maggiore perdendo 6 punti in 6 anni.

 

Tali cali si riscontano anche all’ interno delle stesse famiglie, tra fratelli maggiori e minori, portando a pensare che il motivo non sarebbe tanto di carattere demografico, come l’accumulo di determinati geni in fasce particolari della popolazione, quanto piuttosto sia da ricercare nei cambiamenti degli stili di vita e nelle abitudini dei ragazzi.

Oggi leggono di meno? Cosa leggono? Come trascorrono il tempo libero? Che tipo di istruzione ricevono? Come si rapportano con gli altri ? Come collaborano e lavorano in gruppo ?

Ebbene, se da un lato pare che l’intelligenza si sia involuta, dall’ altro c’è chi suppone che comunque non ci sia stato un adattamento del test del QI all’ intelligenza di oggi. Insomma, oggi chi definisce l’intelligenza moderna decisamente più “fluida”, cioè più connessa alla capacità di vedere nuove connessioni e trovare soluzioni originali e creative, probabilmente dovrà rivedere il rapporto con i rigidi risultati accademici.

diversamente intelligente

Sorge spontanea una domanda: “Stiamo diventando tutti Stupidi ?” oppure dobbiamo variare il modo di relazionarci all’ intelligenza ?

Forse è necessario valutare altri fattori per capire come possiamo rapportarci a questo mondo che sta avanzando con la tecnologia e passare ad essere “diversamente intelligenti”

Recentemente sono giunti alcuni dati confortanti per quanto concerne i comportamenti quotidiani e le attitudini. Anche qui ci vengono in aiuto altri soldati in leva negli anni 1980-1994 e  controllati a posteriori in Finlandia tra il 1990 e il 2016 e i cui risultati della ricerca sono stati resi disponibili pochi mesi fa:

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Come possiamo notare in totale contrapposizione al “calo intellettivo” si sono fortemente sviluppate altre doti personali: la fiducia in se stessi, la socievolezza, la capacità di leadership e le capacità di impegnarsi per raggiungere un obiettivo.  Tali doti permettono di acquisire maggiori competenze in campo lavorativo e soprattutto ricoprire incarichi di maggiore responsabilità con conseguenti stipendi di entità superiore.

Dal punto di vista delle aziende esse hanno a disposizione persone e tecnologia e stanno sempre più adottando (Europa secondo solo agli USA) e sviluppando le tecnologie cognitive.Ci sono buone ragioni peradottare e sviluppare queste tecnologie:

  • poter prendere migliori decisioni Birth of Artificial Intelligence - Binary Burstelaborando enormi quantitativi di dati, strutturati e non
  • aumentare le capacità personali dei dipendenti, grazie al risparmio di tempo e alla conoscenza aumentata
  • migliorare il servizio clienti, attraverso il machine learning e il riconoscimento vocale.

 

Si stima che entro la fine del 2020:

  • Il 75% dei lavoratori che utilizzano applicazioni aziendali avrà accesso  a personal assistant  artificiali che potenzieranno i loro skill e capacità cognitive
  • Il 30% delle aziende implementerà ruoli di chief robotics officer role e definirà funzioni dedicate alla robotica all’ interno delle organizzazioni.
  • La crescita della robotica accellererà la ricerca di talenti, con un gap del 35% di posizioni vacanti e un aumento medio dei relativi stipendi del 60%
  • Il 20% delle aziende dedicherà propri dipendenti alla supervisione e guida di reti neurali

Quindi funzionalità cognitive, IA e Machine Learning si svilupperanno velocemente. Le API saranno lo strumento primario per connettere dati distribuiti sulle catene dell’economia digitale, dei cloud e dei datacenter

Il 30% delle applicazioni commerciali di servizio avranno business model di “”Robot as a Service”, riducendo i costi dello sviluppo robotico.

Sembra che queste tecnologie abbiano sostituito alcune delle competenze che erano elaborate nei driver dei test sul QI, dobbiamo quindi misurarci su altri piani intellettivi e saperci differenziare. Non dobbiamo combattere contro la tecnologia ma farla nostra alleata. Essa puo’ renderci la vita più semplice e permetterci di avere più tempo da dedicare al nostro nuovo sviluppo cognitivo.

gallinaI giovani sono abituati ad un mondo connesso, veloce e sempre più digitale. Passano molte ore davanti ai piccoli schermi e poco tempo sui libri. Non vedono l’utilità del nozionismo scolastico e con molta probabilità hanno bisogno di incrementare una mentalità dinamica ed adattiva. Allo stesso tempo le generazioni che gestiscono ora le aziende hanno bisogno di cambiare atteggiamento ed evolvere verso nuove competenze digitali. Le due attitudini devono diventare sinergiche in totale collaborazione.

Occorre lavorare sulle soft skill ma affiancandole al mondo “digitale” e sociale: comunicazione, contenuti, progettazione, pianificazione, auto realizzazione, conoscenza delle reti, sostenibilità, lavoro agile, creatività, pensiero laterale sono solo alcune delle abilità richieste.

Come si diventerà vincenti, come persone e come aziende nei prossimi anni ?

Attivandosi in un mondo digitale con un occhio alla sostenibilità, favorire l’economia circolare, abbattere le intermediazioni, rivedere le strutture organizzative, sviluppare business con nuove metodologie, applicare il design thinking e se necessario avvalersi di appositi “coach” abilitanti in questo momento di transizione. Sono i passi necessari per ovviare al calo di QI in attesa che vengano rivisti i protocolli di valutazione e avviarsi verso una “diversificazione intellettiva”.

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IL CORAGGIO DI FARSI DA PARTE

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Ogni giorno sentiamo parlare di tecnologia, IoT, Block Chain, Industry 4.0, AI e molte altre parole altisonanti inneggianti ad un mondo digitale in crescente sviluppo.

Osservando i giovani sicuramente si può osservare come i loro comportamenti siano digitali, ovvero siano “sempre connessi”. I ragazzi sono online per ascoltare musica o radio, per guardare video e serie TV, per fare ricerche per la scuola, per curiosare e navigare nel web, per fare acquisti e non ultimo chattare.

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Il mondo dei giovani è nello smartphone. Anche il nozionismo dato dalla scuola comincia ad essere anacronistico. Ormai tutto quello che serve viene trovato in Internet. La scuola per i ragazzi dovrebbe abbracciare percorsi di consapevolezza, analisi, problem solving, team building, crescita personale, indipendenza, imprenditorialità.

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Ci si dovrebbe concentrare di più sulla pratica, sulla velocità con cui si risolvono i problemi. Tutta la teoria che fanno la maggior parte delle scuole italiane serve relativamente a formare una persona che sempre prima viene catapultata in una realtà totalmente diversa: il mondo del lavoro non rispecchia affatto quanto imparato a scuola.

E’ giusto conoscere le proprie origini, tuttavia bisogna anche saper guardare avanti in un mondo in cui le innovazioni vanno sempre piú veloci e non aspettano nessuno e saper esporre le proprie idee in un confronto costruttivo con gli altri.

D’altro lato della comunità attiva si trova la nostra generazione, i genitori di questi ragazzi “always on” nativianalogici, che è dotata degli stessi strumenti tecnologici, che spesso non sa o non vuole utilizzare.

La nostra società si sta dividendo quindi sempre più in due segmenti: gli utilizzatori di tecnologia a fini di studio, divertimento o lavoro e una grande fetta di analogici che hanno ritmi ben diversi e che non solo non si adeguano, ma non hanno interesse a farlo.

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio “gap”: da una parte una schiera di “user” tecnologici, spesso giovani che non conoscono nulla del vero mondo del lavoro, e dall’altra parte ci sono imprenditori, manager e aziende che si avvicinano al web solo come ultima speranza temendo un approccio che non conoscono e perdendo così il reale significato e le reali potenzialità offerte come la collaborazione, la condivisione, la produttività solo per elencarne alcune.

Se già molte persone, che oltretutto detengono anche posizioni di rilievo, OGGI utilizzano in modo basico lo smartphone, non sono presenti nel web e con difficoltà metabolizzano la tecnologia a disposizione non riesco ad immaginare cosa succederà nell’immediato futuro quando saremo inondati da realtà aumentata, intelligenza artificiale e macchine auto-imparanti impegnate in lavori oggi svolti da esseri umani.

Cosa si puo’ fare?

scuola_e_impresa_cfpIn ambito scolastico, per cambiare il metodo di insegnamento ai fini di formare giovani con “forma mentis” dinamica e adattivi al cambiamento repentino della società, la strada è sicuramente lunga e complessa anche se necessaria. E’ Importante lavorare sulla creazione delle idee: i giovani non riescono a contestualizzare le idee che hanno e spesso si perdono buone occasioni per loro e per il mondo del lavoro.

Nel mondo del lavoro si fa tanto parlare di comunicazione e marketing 4.0, ma l’essere umano è pronto a diventare uomo 2.0?

modelliSembra quasi che questa rivoluzione sia qualcosa per pochi eletti e che i più invece ancor stiano brancolando nel buio cercando di arrangiarsi come meglio possano. Trovare soluzioni da soli non è conveniente sarebbe meglio confrontarsi e affrontare il percorso di cambiamento con strategie suffragati da modelli innovativi come quello utilizzato da Awan che unisce tecnologia e persone e, perché no, avvalersi dello spirito digitale che anima i più giovani.

passa il testimone

Occorre uscire dai vecchi preconcetti delle competenze classiche, essere umili, non pensare di sapere già tutto o peggio esordire con la famosa frase “si è sempre fatto così”, investire in formazione personale e tecnologica, avvalersi di coach per massimizzare il proprio potenziale e vedere nella collaborazione e contaminazione tra generazioni il vero potere del cambiamento e nei casi estremi saper delegare e farsi da parte.

 

Abbiamo sempre fatto così

abbiamo sempre fatto cosi

Le competenze per le aziende di domani

La velocità dei mercati, il difficile contesto economico, la concorrenza globale obbligano le aziende a prendere decisioni in brevi lassi di tempo e con rapide valutazioni.

Ho già più volte parlato di quanto è importante saper lavorare per obiettivi i quali  devono essere calati a tutti i livelli aziendali senza escludere nessuno. Le nuove tecnologie sono abilitanti per questo, essenziale è essere consapevoli dell’importanza e “voler” lavorare per obiettivi.

Assai importante, prima di tutto, per l’imprenditore di domani è potersi avvalere di un team coeso e collaborativo. L’esempio, la visione chiara, la coerenza, la condivisione permettono di costruire il rapporto di fiducia necessario  per la sua creazione.

Se una volta le aziende “compravano il tempo” delle persone rendendole “dipendenti” e facendole lavorare secondo degli schemi fordiani oggi diventa indispensabile “comprare la testa” dei propri collaboratori.

Ma come si fa a interessare la testa ? Sicuramente bisogna riuscire ad instaurare relazioni collaborative, gestire le persone motivandole e facendole crescere e soprattutto creare un clima sereno e disteso in azienda (anche nei momenti di crisi).

Essere assertivi, capaci a vedere tutti gli aspetti del problema, fare riunioni efficaci, abilitare lo smart working, facilitare la creatività e l’innovazione sono le competenze maggiormente richieste nei manager di domani.

Le nostre scuole, purtroppo, forniscono migliaia di nozioni ed esperienze stereotipate. Sarebbe auspicabile un ammodernamento inserendo percorsi sulle soft-skill e sul lateral-thinking. In attesa che qualcuno dall’alto risolva la questione delle nuove generazioni , su quelle attuali che già lavorano in azienda si può investire sulla formazione, sulla crescita e sull’esperienzialità.

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Gli strumenti tecnologici moderni permettono nelle aziende, se sfruttati bene, da un lato di essere maggiormente produttivi e collaborativi e dall’altro di estendere la formazione sulle soft skill a tutte le aree aziendali, non solo ai dirigenti e ai quadri ma a tutta la popolazione aziendale .

Fare investimenti sul capitale umano e investire per predisporre corsi ed esperienze su:

  • competenze digitali
  • capacità di ragionare fuori dagli schemi
  • gestione del tempo e pianificazione
  • problem solving
  • Team building
  • resilienza
  • assertività
  • risk management
  • lateral thinking

consentiranno di far fronte ai problemi del mercato attuale ed anche di diventare maggiormente competitivi e avere successo.

Le grandi aziende si stanno già muovendo in tal senso. Ma le PMI ? cosa si fa nelle aziende meno strutturate ? I dati statistici non sono confortanti ed è proprio per questo che con Awan cerchiamo di diffondere queste nuove modalità di lavoro proprio in questo settore.

e per garantire la produttività in azienda tutto il necessario per il mondo delle competenze digitali:

 

Tasso di Successo = (Produttività) * (% investimento formativo) / (Capitale umano)

 

Digital 360 per le pmi piemontesi

Digital 360, Gruppo leader in Italia nell’offerta B2B di contenuti editoriali è sbarcata a Torino con un evento in collaborazione con WIND 3 BUSINESS Martedì 28 Novembre, al Circolo dei Lettori.

Al di la della bellissima location storica, gli argomenti toccati sono quelli sensibili per la crescita e lo sviluppo del tessuto economico delle piccole imprese piemontesi. I risultati della ricerca presentati dal Prof. Paolo Catti del Politecnico di Milano ancora una volta presentano un quadro preoccupante che lui ha spiegato elegantemente in questo modo.

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In un momento in cui le aziende vivono in un mondo cambiato ed in veloce evoluzione, i loro investimenti in innovazione dovrebbero essere alti e quelli in formazione e riqualificazione del loro personale anche, la crescita degli investimenti in queste aree nelle PMI è sostanzialmente intorno all’1% anno su anno. Le risposte dei manager italiani di 300 aziende campione sono sostanzialmente queste.image

Le aziende ritengono che il loro livello di digitalizzazione sia buono o discreto confondendo il tema del digitale con l’automazione dei processi gestionali che si è sempre fatta oppure con il marketing digitale o il nuovo sito web o e-commerce. Quindi per loro ogni altra considerazione che va al di la di quello che comprendono non interessa.

  • Per il 55% sono considerazioni interessanti ma non urgenti per il nostro business
  • Per il 24% non ci sono budget da dedicare
  • il 21% invece dice che i costi sono troppo alti per passare al digitale e si ripagano troppo lentamente
  • ed il 5 %, forse il più onesto, dice che non possiede le competenze necessarie per realizzare queste innovazioni tecnologiche.

Lo dimostra anche l’analisi sulla spesa per l’innovazione.

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La realtà è che nessuno dei rispondenti immagina nemmeno cosa potrebbe fare con gli investimenti giusti in innovazione e quanto cambierebbe il proprio business alla radice e come potrebbe crescere domani, tuttavia preferisce nascondersi dietro alibi, non comprendendo che si sta avviando vero l’agonia e la fine del proprio business quando una start-up digitale qualsiasi prenderà tutto il suo mercato.

Nell’immagine sotto si vede a sinistra quello che sta succedendo nelle PMI e a destra quello che stanno facendo le grandi aziende ed alcune medie aziende innovative.

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Per spiegare questo fenomeno a me viene in mente quando diceva Henry Ford a inizio secolo quando le persone andavano i bicicletta e lui si ostinava a proporre le “carrozze senza cavalli”. Ford disse “se io avessi chiesto alle persone cosa volevano mi avrebbero risposto ‘Cavalli più veloci’.

Come mai invece le grandi aziende hanno fatto e continuano a fare pesanti investimenti per cambiare il loro business per far crescere le persone, dare loro maggiore responsabilità e flessibilità e attivare start-up? Perché è una questione di sopravvivenza per loro e le competenze pregresse del top management ha permesso loro di immaginare le opportunità da prendere passando al digitale.

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Gli imprenditori delle PMI piemontesi invece non ha tempo, non è attento alle evoluzioni veloci ed ai cambiamenti repentini e non ama il rischio, una volta ottenuta una posizione di privilegio (“abbiamo sempre fatto così, di generazione in generazione, perché cambiare?).

Inoltre non potendosi permettere le competenze necessarie per comprendere le nuove opportunità o saperle riconoscere, pensa che, passata la tempesta mediatica, tutto ritorni come prima.

La metafora del paesaggio collinare o di montagna che Paolo ha descritto all’evento è molto bella.

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Salire sulla prima collina all’inizio di un paesaggio collinare può essere faticoso e di fiori (o funghi se preferite) magari se ne trovano pochi, però una volta in cima si vede un paesaggio differente pieno di opportunità (fiori o funghi o altro) che dalla posizione precedente non si poteva vedere o immaginare. Questo è quello che succede alle aziende che intraprendono il percorso della “Trasformazione digitale” (da non confondere con automazione dei processi, che si è sempre fatta).

Chi si accontenta di vivere nella pianura senza fare lo sforzo di elevarsi a vedere cosa c’è al di la della prima collina, non riuscirà a superare questo periodo di profonda rivoluzione, tuttavia non capirà mai veramente quali sono stati gli errori perché in realtà non ne ha fatti, è la perfezione raggiunta nel presente che non è servita per un futuro differenteSad smile. . www.officinafuturo.net e www.awan.it aiutano le aziende e gli imprenditori piemontesi, con workshop gratuiti a Torino presso Socialfare o in azienda a superare la prima collina, comprendendo il proprio percorso personalizzato verso la trasformazione digitale..

Lettura per l’estate

Libro per l’estate: Il paradosso della stupidità. Il potere e le trappole della stupidità nel mondo del lavoro

Visto che si parla tanto di organizzazioni, di cambiamento, di trasformazione digitale e di nuove generazioni di lavoratori non sarebbe male sotto l’ombrellone in spiaggia dedicarsi alla lettura di questo interessante libro. stupidity paradox

Intanto due note sugli autori. Andrè Spicer è professore di Comportamento Organizzativo alla Cass Business School di Londra mentre Mats Alvesson è professore di Amministrazione aziendale all’Università di Lund. Se due personalità come queste si sono impegnate nell’analizzare diverse organizzazioni, casi reali e stendere un libro sulla stupidità nel mondo del lavoro penso che coloro che sono interessati al vero benessere delle proprie aziende e ad una crescita esponenziale del business dovrebbero preoccuparsi dei contenuti esposti nel libro.

Per la precisione sono cinque i tipi di stupidità analizzati nella seconda parte del libro quella indotta dalla leadership, dalla struttura, dall’imitazione, dal branding e dalla cultura. Ma è pure inquietante quella che si definisce stupidità funzionale, cioè qualcosa che, nonostante tutto, produce esiti positivi, almeno nel breve termine.  Si parla di effetti positivi nel breve termine perché se i propri collaboratori eseguono pedessiquamente gli ordini, senza porsi domande e senza utilizzare troppo la propria intelligenza sicuramente producono nel breve un ambiente di lavoro veloce, produttivo e in parvenza armonioso. Peccato che nel lungo periodo queste pratiche portino a collassi organizzativi , tracolli finanziari e disastri tecnici. stupid ideas

Vedasi quanto è successo nel settore bancario immediatamente prima della crisi finanziaria o a Nokia quando non è riuscita a stare al passo con gli altri Smartphone.

La stupidità funzionale non permette alle nuove idee di emergere, non permette un confronto sano su tutti gli aspetti positivi-negativi di un’opportunità, non favorisce le tecniche di problem solving. Se da un lato favorisce un’apparente armonia in ufficio dall’altro crea inimicizie e atteggiamenti volti principalmente al mantenimento dell’agognato posto di lavoro senza un’efficace scambio di informazioni.

All’interno del libro si trovano numerosi esempi su come aziende anche grandi e con asset importanti riescano a creare così tanta stupidità: dai dirigenti che danno maggiorepagine stupidita importanza a come si presenta un power point rispetto ai contenuti che si dovrebbero veicolare, ai manager che spendono tempo e denaro in proprie sessioni di formazione fumose invece di puntare su ciò che davvero serve ai propri collaboratori; dagli alti vertici che lanciano un programma di cambiamento dopo l’altro senza essere minimamente disposti a cambiare alcunché, ai funzionari che fanno della vita di corridoio il loro principale impegno lavorativo…

Andando oltre il concetto di fondo espresso dal libro si potrebbe anche arrivare a pensare che dietro quello che viene definito stupidità in realtà si nasconda altro molto più profondo che da diverso tempo viene definito come nevrosi manageriale e leadership malata. Pensiamo a patologie manageriali, comportamenti direzionali criminali, mentalità chiuse da pregiudizi e stereotipi, atteggiamenti nevrotici di fondo che rendono gli stili di leadership altrettanto distorti e disfunzionali.

Introdurre in azienda strumenti per la collaborazione, la condivisione, l’utilizzo delle più recenti tecnologie digitali, l’analisi dei dati e molto altro implica di fondo che gli stessi si vogliano effettivamente utilizzare o quantomeno che si vogliano lasciare “liberi” i collaboratori di utilizzarli. La trasformazione digitale in azienda è legata ai comportamenti e agli atteggiamenti più che alle tecnologie e i vecchi concetti di presenza-controllo vanno sostituiti dai più nuovi delega-collaborazione-obiettivi.collaboration_principles

Voler cambiare e volere il bene della propria azienda significa: creare team collaborativi in grado di visualizzare problemi ed opportunità da diversi fronti, condividere le informazioni, avere fiducia in e motivare efficacemente i propri collaboratori, non aver paura di perdere la propria leadership, saper lavorare per obiettivi. Insomma applicare atteggiamenti “smart” e avviare processi di trasformazione organizzativi per fruire al meglio degli strumenti digitali a disposizione delle aziende.

 

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Buona lettura….  https://www.ibs.it/paradosso-della-stupidita-potere-trappole-libro-mats-alvesson-andre-spicer/e/9788860308993

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Nelle mani di chi la trasformazione digitale e il futuro delle imprese?

Il Microsoft Forum si è chiuso questo mese con interessanti interventi e speach.

L’evento mette a conoscenza le industrie italiane di ciò che la tecnologia può fare per migliorare il loro business, affiancandole nella digital trasformation: un cloud intelligente che sfrutta il dato come elemento chiave a supporto delle decisioni, reinventa produttività e processi di business e immagina nuove modalità di interazione, più naturali, personalizzate ed efficienti.

L’intervento di Alec Ross ha dato uno “spaccato” molto interessante della situazione economica delle imprese italiane e delle loro possibilità di sviluppo. Risultati immagini per alec ross

“La digitalizzazione ha creato migliaia di miliardi di euro di valore e centinaia di migliaia di lavori ben remunerati. Questa tendenza alla digitalizzazione è destinata a proseguire e a impattare positivamente e in modo sempre più diretto l’Italia e gli italiani. La Penisola è stata un centro di innovazione per centinaia di anni e sono certo che continuerà a distinguersi per la sua capacità creativa. L’ingegno innovativo ha caratterizzato il passato del Paese grazie al lavoro di scienziati e artisti, ma ne potrà guidare anche il futuro attraverso una nuova classe di professionisti capaci di cavalcare il cambiamento senza lasciarsi intimorire dagli sviluppi tecnologi, anzi volgendoli a proprio vantaggio per inaugurare nuovi modelli di produttività e business”.

Una frase però ci ha colpito particolarmente:  “Quando io siedo ai tavoli direzionali italiani sono il più giovane, quando siedo a quelli di Silicon Valley sono il più vecchio“…

Questa trasformazione digitale implica molti cambiamenti, primo tra tutti l’approccio.: utilizzare le nuove tecnologie con vecchi sistemi non porta a nulla di produttivo, anzi puo’ essere controproducente; in secondo luogo bisogna rivedere gli assetti organizzativi delle imprese e ultimo ma non meno importante ci vuole un forte “committment” da parte delle dirigenze d’impresa.

Chi meglio dei giovani puo’ essere d’aiuto a comprendere i nuovi paradigmi delle necessità dei consumatori, i nuovi modi di comunicare, condividere e collaborare. I giovani sono i nostri “nativi digitali” e da loro possiamo trarre grandi ispirazioni per rendere maggiormente produttive le imprese e sviluppare nuovi business anche di grande successo.

Pensiamo ad alcuni casi di successo: Whatsapp creato nel 2009 da due ex impiegati yahoo di 33 e 37 anni, Facebook creata da  Mark Zuckerberg a soli 19 anni, Instagram da Systrom e Krieger di soli 27 e 30 anni, Uber da Garett Camp a 31 anni, le stesse Microsoft e Apple hanno fatto storia.

E l’Italia ?

Anche in Italia ci stiamo muovendo con le “startup, come cita Forbes ” After A Slow Burn, Italy’s Tech Startups Turn Up The Heat. Ovvero, dopo una partenza lenta, le startup italiane vanno verso il successo. Titola così Forbes, che guarda all’ecosistema delle startup italiane e dei suoi protagonisti: «Devastati dalla recessione e dall’aumento della disoccupazione, gli italiani più intraprendenti hanno deciso di diventare imprenditori di se stessi» in un pezzo dove si raccontano alcuni dati incoraggianti «colme la crescita degli investimenti da parte dei venture capital (56 milioni di dollari nei primi sei mesi del 2015 che fanno il 12% in più dei 50 milioni investiti nell’ anno precedente».

I giovani intraprendenti con il loro, come affermato da Alec Ross, ingegno innovativo stanno costituendo start-up. E quelli che già lavorano all’interno di aziende ? imparaadattaNon dovrebbero essere loro i nuovi centri di interesse dello sviluppo delle imprese ?  Potrebbero proprio essere loro a supportare, in un’ottica di “reverse mentoring”, i responsabili di più lunga esperienza nell’adozione profittevole di tutte le nuove tecnologie che si affacciano sul mercato digitale di oggi. Quantomeno sarebbe opportuno concepire nuovi modelli di business, nuovi modelli di utilizzo, essere consapevoli dei nuovi “bisogni del mercato e della società” integrando proprio queste figure giovanili all’interno dei gruppi di lavoro, sfruttando appieno il loro apporto e facendone dei “focal point” aziendali.

Sicuramente le aziende devono rivedere le proprie organizzazioni interne per creare dei network dinamici che sperimentano e collaborano con un’intensa efficacia di risultati. Si potrebbe inizialmente sovrapporre alle organizzazioni tradizionali questa struttura “reticolare” con “punti di interesse” almeno per tutto ciò che concerne il flusso delle informazioni e la collaborazione.

Quindi , in un mondo economico che viaggia alla velocità della luce solo chi è fortemente adattivo è destinato a sopravvivere e sicuramente questa sopravvivenza è data dalla trasformazione digitale, dalla disruption e dall’open innovation.